Velia e Alfredo Leone insieme a Mimmo Lorusso

MARATONA TAVOLA, LA MIA EDUCAZIONE GASTRONAUTICA

Velia e Alfredo Leone insieme a Mimmo Lorusso
Velia e Alfredo Leone insieme a Mimmo Lorusso

Ieri sera, al “Continental” (noto locale barese, sotto il ponte che unisce corso Cavour con viale Unità d’Italia), Alfredo Leone ha presentato il suo ponderoso volume dedicato ai quarant’anni della “Maratona a tavola“. Una infinita galleria fotografica. Immagini senza parole, quasi un film muto. E di quelle pellicole il libro conserva il fascino. Alfredo e sua moglie Velia, nonostante siano entrambi ultraottuagenari, conservano (acciacchi a parte) una vitalità interiore che trasformano persone straordinarie in personaggi. Coratino lui, salentina di Leverano lei, sposati da oltre mezzo secolo, vivono a Capurso da più di quarant’anni.

Alfredo mi ha chiesto per il suo libro di scrivere qualcosa. Che è diventata la prefazione al pesante tomo.

La pizza con orecchiette e brasciolette
La pizza con orecchiette e brasciolette

Bella gente, alla corte di Mimmo Lorusso, uno degli storici pizzaioli di Bari. Amico personale di Leone da trent’anni, affezionato sostenitore della “Maratona” (manifestazione enogastronomica itinerante, forte di poco meno di duemila tappe in giro per l’Italia e, agli inizi, anche per l’Europa), Lorusso ha presentato alcuni suoi capolavori, a cominciare dalla pizza con le orecchiette e le brasciolette, un inno alla baresità. Con le stelle filanti e le bandierine europee e con i camerieri che uscivano in sala con i piatti che margapotilanciavano dappertutto scintille di felicità, il locale faceva un po’ anni Ottanta. Tra i presenti, l’ing. Margapoti, che ha presentato la sua collezione di rosoli prodotti a Gallipoli: dalla china alla mandorla, dal finocchietto selvatico al mandarino e al classico limone.

Fra gli ospiti anche la farmacista napoletana Elvira Gentile, che da due anni gestisce una farmacia a Capurso, e l’assessore comunale Gino Fumai, veterano della politica amministrativa capursese.

Ecco la “prefazione” che apre il libro di Alfredo e Velia Leone.

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Alfredo Leone intervistato da VerdeTV
Alfredo Leone intervistato da VerdeTV

Prima di allora per me il ristorante era un posto dove per mangiare qualcuno doveva pagare. Più che un gioco, era una specie di giogo psicologico. Poi, oltre vent’anni fa, uno dei tanti capursesi importati – stavolta non da Bari bensì da Corato – mi invitò a partecipare a una manifestazione. Al mio paese – Capurso – era stato da poco inaugurato un locale dalla denominazione un po’ strana: La mia reggia. Il signor Menga, il pacioso, bonario patron, era stato sedotto – come lo saranno migliaia di ristoratori – dalle lusinghe di Alfredo Leone, il coratino, perlappunto. E aveva accolto gli ospiti con tutta la simpatia di cui disponeva. Il sindaco del mio paese, allora, credeva molto nella promozione del territorio (quella che poi avrebbe assunto la magica definizione di “marketing territoriale”). E accettò di buon grado di patrocinare l’iniziativa.

Lì comincia l’avventura. La mia avventura nei meandri dell’enogastronomia. Con una maratona. All’epoca, i giornalisti, secondo il regolamento della manifestazione, potevano (dovevano) presenziare a tutte le tavolate della tappa. E così poteva capitare che dopo aperitivo pizza primo secondo e dolce, si dovesse ricominciare daccapo: pizza primo secondo e dolce. Con qualche variante, ci mancherebbe. Sempre gustosa. Sempre condita dalle battute sagaci (almeno lui, Alfredo, ha sempre pensato che fossero tali). E ai quiz. Ho vinto pacchi di pasta, barattoli di pomodori pelati, bottiglie di vino: bastava rispondere ai quiz un po’ strampalati proposti dal conduttore per aggiudicarsi l’ambito premio.

Dopo Capurso, Putignano. Un’altra residenza reale: da La mia reggia a La reggia del Balì. Per Alfredo era solo una delle tante tappe del suo personalissimo tour gastronomico. Per me, con quella gita serale, cominciò una grande avventura. Che mi avrebbe consentito, negli anni e con tante intermittenze e poche interruzioni, di affacciarmi su un mondo che non è fatto solo di pietanze e portate, di calici e flute, di mantecature e fumetti. Ma pure di persone. Di persone che lavorano. Che s’ingegnano per soddisfare la clientela. Un Barnum il cui spaccato ho avuto la possibilità di osservare da vicino. Di leggere e interpretare storie di uomini e di donne che affrontano quotidianamente una fatica epica per sbarcare il lunario. Una fatica il cui peso è divenuto sempre più difficile da sostenere. Il transito dagli anni Novanta a questi ultimi è stato dolorosissimo: dal tempo che inesorabilmente inghiotte le vite, alla crisi che altrettanto implacabilmente divora i tentativi che gli operatori della ristorazione fanno per sopravvivere dignitosamente. Con l’obbligo di offrire un servizio sempre all’altezza. Con il sorriso sulle labbra. Perché, e mai come per gli avventori -, il cliente non solo è sacro, ma ha sempre ragione.

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Da Bari a Noci, da Gravina a Alberobello, da Polignano a Putignano, con Alfredo ho viaggiato ai quattro cantoni della Puglia. Disertando i tanti inviti in Calabria e Campania, in Emilia e nella Bassa. Solo una volta mi sono avventurato fino a Pietrelcina. Sotto l’occhio discreto delle telecamere della troupe Rai di Camilla Nata, con il sindaco della città natale di Franco Forgione, assurto alla santità, noto a tutti come Padre Pio, viene servito un enorme “piatto unico”. Non nell’accezione tecnica della definizione, ma proprio nel senso di un solo, enorme contenitore a cui, posto al centro della tavola, tutti i commensali avrebbero dovuto attingere. Un’esperienza esilarante e al tempo stesso educativa.

E a proposito di “educazione”, Alfredo ha offerto svariate opportunità di crescita a centinaia di alunni delle scuole alberghiere. Offrendo ai ragazzi che volevano affacciarsi su un pianeta brullo ma affascinante come quello del food, una vetrina dietro la quale apparire e un ring sul quale combattere, imparare a fare a pugni con la dura realtà di fornelli e cocktail, di posate allineate come soldatini su quel fantastico campo di battaglia che è la tavola imbandita.

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Dal boccone dell’impiccato al ragù di carne di volpe, dalla pizza con le braciole all’orecchietta gigante, i miei ricordi sono esperienze farcite di gusto. Ma la pietanza più buona in assoluta è stata, da sempre, il grande cuore di Alfredo.

Un pensiero su “MARATONA TAVOLA, LA MIA EDUCAZIONE GASTRONAUTICA”

  1. Egregio Dott. Prigigallo,
    vorrei ringraziarla infinitamente per aver ricordato il nostro ristorante e soprattutto mio padre, “il Sig. Menga”.
    Cordiali saluti.
    Angelo Menga

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